Cuore di nonna

27 Nov

Quando il sapere manuale si sposa con il pensiero di qualcuno che ami, l’oggetto creato si nutre di vita.

La creatività è un modo originale di vedere il mondo, ma anche un modo per lasciare un pezzetto di noi negli altri.

Ci sono persone che non possono fare a meno di creare, altre che restano sopite per anni, finché qualcosa di impercettibile accade e innesca quel bisogno irresistibile di tirare fuori ciò che era stato confinato dentro.

 

Sono i creativi più teneri, quelli di questa seconda specie.

Mia nonna sedeva vicino alla finestra a sferruzzare cose per me. Il ricordo di lei sono momenti del giorno congelati nella memoria, la luce che entrava sempre da destra, il sole che filtrava morbido tra le trame del filato e i colori sparpagliati intorno, il ticchettio monotono dei ferri e lo sguardo di lei presente ovunque, in ogni mio movimento.

 

 

Oggi osservo mia madre compiere gli stessi identici gesti e mia figlia seduta al posto che una volta era mio, attenta e curiosa e piena di mondi.

E io finita in mezzo a questa lunga storia di donne, le creative della mia vita, come stretta in un unico, tenerissimo, abbraccio.

Vita nuova

5 Nov

Ho sempre pensato che il mestiere più bello del mondo fosse l’inventore. Non c’è niente che mi dà più soddisfazione del trasformare una cosa da buttare in qualcosa di totalmente diverso che prima non c’era. Qualsiasi cosa può diventare altro, è come avere in mano una pallina di pongo e lavorare di fantasia.

Mi è capitato recentemente, con l’ennesimo trasloco. Città nuova, vita nuova, posti da scoprire, energia da canalizzare. E allora, per la esilarante cifra di 25€ ho portato a casa questo (foto 1). Era messo molto peggio, con sopra due dita di vernice di un giallo crema che spero sia scomparso dal mercato. E’ tornato nudo legno grazie a mio padre, che a forza di levigatrice e nuvole di polvere gli ha restituito un potenziale. L’ho lasciato lì per un pò, finchè mi sono imbattuta in una linea di vernici per legno ecologiche, niente inquinamento, niente puzza, ampia scelta di colori di moderno design.

E’ stato divertente trasformare quello (mobiletto triste di una casa popolare anni 70), in questo (credenza felice di cui avevamo impellente bisogno).

Mi chiedo spesso quante vite può vivere la materia prima di diventare rifiuto inutilizzabile. Se tutti i beni fossero considerati vuoti a rendere e se le aziende produttrici fossero disposte a riprenderseli e incaricare l’area produzione di trasformarli in altri beni di consumo da rimettere sul mercato, quante risorse in più e rifiuti in meno avremmo a disposizione?

Contagiata da mia figlia, mi permetto di sognare: se questo non fosse solo un business per le nicchie del reciclaggio di alto – e costoso – design, ma diventasse normale amministrazione per qualsiasi impresa di beni di consumo? Per gli amanti della crescita l’economia girerebbe lo stesso, ma a saldi ambientali – e sociali – invariati. Forse è un pensiero banale. Ma peschiamo dalla fisica: tutto si trasforma. Cominciamo da quello che abbiamo intorno.

Vita nuova non vuol dire solo cose nuove, ma anche le stesse cose di sempre viste da un’altra prospettiva. Nelle nostre teste c’è spazio per paesaggi maestosi e dosi infinite di immaginazione.

Tieni il tempo

22 Set

C’è una sola cosa di cui sento una viscerale mancanza, una cosetta di cui prima godevo in abbondanza e come tutti gli eccessi perdevo con leggerezza, ignara di sperperare un bene prezioso. L’avessi saputo avrei creato una banca. O un congelatore. Avrei imbottigliato scorte pesando la tara con mano precisa, mi sarei soffermata più a lungo per evitare gli sprechi. Il mio tempo, latitante.

Passiamo gran parte della vita a portarcelo dietro con la stessa noncuranza con cui portiamo a spasso la nostra ombra, come fosse un’appendice del corpo, inalienabile. Poi arriva lei – la prole – e allora si che ne avvertiamo l’esistenza, per privazione. Ma oggi mi ritrovo a pensare in termini di opportunità: mia figlia mi obbliga alla concentrazione, mi guarisce dall’arte del procrastinare, ingabbia l’energia – che andava dispersa – dentro una lista di priorità selezionate con testa. Adesso ho decisamente meno tempo di quando avevo 15 anni, ma è tempo di qualità, ci potete giurare. 

E’ questione di scegliere l’ordine delle cose. Tipo che ho iniziato il progetto delle sciarpe uguali formato Mummy-Baby a giugno, l’ho finito ad agosto e l’ho postato che è quasi ottobre. C’è chi mi ha detto che è poco imprenditoriale, ma visto che non ho nessuna intenzione di produrre handcrafts su scala industriale né di lanciare il blog più letto dell’anno, resta tempo scarso speso bene.

Perché mentre lavoro con le mani mi concentro con la testa, metto un freno ai pensieri indisciplinati, alle ansie del fare, alle urgenze relative. Organizzo le idee e canalizzo l’energia verso progetti concreti che stanno altrove, non qui.

Insomma, grazie a questo blog imparo a battere il tempo. Che vuol dire correre più veloce della scarsità, ma anche ascoltare che suono fa il proprio ritmo interiore e farlo diventare musica.

Il 15 settembre V. ha compiuto 9 mesi. Come mi ha fatto notare una cara amica, si è concluso anche il ciclo della sua gestazione “nel mondo”. V. è quasi pronta per camminare da sola. La tengo forte per mano, e con l’altra tengo il tempo. Il mio.

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Per le sciarpe:

– 2 gomitoli di filo di cotone grigio lavorato con ferri n. 5.5 (iniziato con 3 maglie, aumentando fino a 15 per quella di V. e fino a 30 per la mia)

– applicazioni in argento (macchina fotografica, cuoricino “Made with Love”, due pescetti)

– con una vecchia federa da cuscino e una fettuccia di pizzo bianco ho realizzato due sacchetti – uno grande e uno piccolo – dove riporre le sciarpe per infilarle in borsa senza preoccuparmi delle molliche di crakers, manciate di latte in polvere e inchiostri di penna stilografica che ormai ci hanno fatto casa dentro…

Per maggiori info sulla realizzazione pratica, scrivetemi!

Borsa salvagente

23 Ago

Arrivare in aeroporto in ritardo un giorno in cui fa molto, molto caldo. Fare il check-in con in mano una figlia, una carta d’identità e tre borsoni in sovrappeso. Sentire una piacevole sensazione di bagnato al braccio proprio mentre dal banco partenze annunciano con estrema lentezza che il tuo gate sta chiudendo. Precipitarti in bagno per scoprire che non c’è traccia di un qualsiasi ridicolo punto di appoggio orizzontale lungo più di 5 centimetri.

Questa è una storia vera, che si è conclusa con una mamma in fuga verso il gate e un papà armato di irripetibile faccia tosta cambiare la neonata entusiasta sul pavimento del bagno dei signori. Un’emozione così, quanti padri possono dire di averla provata? Ma l’argomento che più mi sta a cuore qui, è come ci si difende dall’inadeguatezza dei servizi per chi viaggia con bambini. Come può un aeroporto –  del traffico modesto ma appena ristrutturato – non prevedere un angolino per il cambio bebè? Fino ad un anno fa non mi sarei neanche posta il problema, oggi mi rendo conto di quanto poco si pensi a un bambino nella pianificazione dei servizi di trasporto delle nostre città. 

Da lì ho iniziato a farci caso. Avete mai visto un angolo fasciatoio nei bagni pubblici delle stazioni? E nei parchi o luoghi pubblici attrezzati con servizi igenici? E in quanti autogrill? (qui in realtà siamo messi meglio, ma non sempre).

E’ molto difficile essere bambini – e genitori di bambini – quando si è abituati a vivere con la valigia in mano. Mi vengono in mente le sagge vecchie del mio paese che prima dei 40 giorni non facevano uscire mamma e neonato dalla soglia di casa. Cambiargli ilpannolino sul pavimento del bagno di un nuovissimo aeroporto italiano per loro sarebbe cosa da medioevo. Per una volta mi trovo d’accordo anch’io.

Da quel giorno ho cercato ovunque una soluzione per le emergenze e alla fine ho deciso di farmela da me. E’ una specie di borsa salvagente, che fa da fasciatoio portatile per il nano e da cuscino improvvisato per mamma e papà. Ci ho messo un’eternità a finirla, ma il risultato mi riempie di soddisfazione. Gli ingredienti seguono la regola ferrea di questo blog: ho riciclato dove potevo (stoffa esterna e interna, tracolla, bottoni e nastrini) e comprato il nuovo a chilometro zero. Il risultato, giudicatelo voi. Ma soprattutto, vi sono mai capitate (dis)avventure simili? Quali altri servizi che diamo per scontati non tengono in nessun conto le esigenze di un bambino?

Sweet tiny things

7 Lug

Pomeriggi di mare, quando il sole allunga le onde e ti arriva alle spalle, l’aria sa di salsedine e spruzzi, umidità salata, vento da dentro, mare che abbaia. Sulla spiaggia ossi di seppia e cavallucci marini, sassi che pungono, amici lontani, barchette e pinne di pesci alla deriva.

Mi fa nostalgia e mi fa casa il mare, mi fa mio padre che cucina pesce alla griglia, una madre che si affaccia al balcone e chiama forte la strada. Mi fa l’infanzia che ricordo e quella che vivrò, ancora, negli occhi di mia figlia.

Ci sono scoperte che si ripetono uguali ed emozioni che diventano olfatto nella memoria. Ci sono passi fondamentali di cui non serberemo ricordo, eppure hanno fatto le persone che siamo. Ci sono momenti in cui l’amore che provo è così intenso da bucare la pelle, da farmi sentire precaria ed eterna, come una mano tesa, come un sorriso.

C’è un’ora della sera che è ancora giorno, le sdraie si chiudono, i gabbiani ritornano e fanno festa coi profumi di cena. E’ uno spazio dove anche il rumore è silenzio, si può stare seduti a guardare il mare e restare impigliati. C’è quell’attimo che ti definisce, nella tua completa interezza. Istante breve dove la consapevolezza è totale, e l’anima in pace.

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PS: filo di cotone fucsia (50gr, spessore 8); uncinetto 1,75; nastrini di raso colorato viola, fucsia, giallo, verde, panna; mia figlia, il mio mare. Ed è l’ultimo cappello dell’estate che farò.

Pensando a una festa: gli accessori

20 Giu

 …gli invitati….

 Ingredienti: se abitate al mare (o anche vicino a un fiume!) è facilissimo, bastano 1)un pomeriggio di calma e poco vento; 2) un secchio capiente; 3) un occhio vivace e 4) un fisico allenato. Tornerete a casa con tanti sassi colorati quanti sono i vostri invitati. Scrivete tutti i nomi al computer (bello anche a mano, ma solo se avete una bella calligrafia…); stampate su carta spessa; ritagliate e spennellate i nomi ai sassi con colla liquida Vinavil. Quando saranno belli asciutti date una passata di lucidante spray (ottimi quelli pensati per il decoupage). E con i segnaposti siete…a posto.

…il tableau…

Se gli ospiti sono tanti e le tavolate si moltiplicano, i segnaposti non bastano più. Considerando che il successo di una festa dipende in gran parte da quanto si divertono gli invitati, diventa indispensabile pensare in anticipo dove – e vicino a chi – farli mettere a sedere…Ingredienti: 1) una buona dose di diplomazia (per questa, purtroppo, niente Mastercard); 2) una vecchia cornice (rovistate in garage, nella soffitta della nonna, in qualche mercatino, ne verrà fuori sicuramente  una a poco prezzo e intanto voi avrete passato un pomeriggio felice); 3) un ritaglio di retina da pesca (chi non ha un amico pescatore in pensione! No eh? in alternativa una buona ferramenta o una merceria fornita saprà suggerirvi una valida alternativa :-); 4) un foglio di carta lucida del colore della cornice per foderare il fondo; 5) fogli di carta grezza color ocra per stampare i nomi. E, tutti a tavola!

 …uno sfizio, anzi due…

Gli accessori sono i dettagli che completano il quadro, gli danno profondità, suggeriscono una prospettiva. Da padrona di casa  mi sono tolta con lauta soddisfazione vari sfizi, qui ve ne cito due: 1) le scarpe sono fatte su misura da sapienti mani artigiane. Per mia nonna magari era normale, ma a me ha dato la sensazione di avere a che fare con una cosa quasi estinta, rarissima. E invece l’artigiano è una ragazza under 30, ha studiato, ha rilevato il malconcio calzaturificio di famiglia e l’ha trasformato in un laboratorio di creatività. Io le ho detto cosa volevo, lei ci ha messo del suo, ha scovato la pelle del colore impossibile che le avevo chiesto, modificato il modello, realizzato il prodotto. Il tutto in meno di 15 giorni e per una cifra modestissima, meno che andarle a comprare già fatte. Viva le Marche industriose. Curiosi? Fate bene, per un’anteprima la trovate qui. 2) la veletta è un accessorio che sta tornando di moda, molto cool per più di un’occasione. Peccato che io non l’abbia mai messa, il perchè è una lunga storia e ha molto a che fare con la mia perenne indecisione. Qui basti dire che in giro se ne trovano pochissime, per avere ampia scelta di forme, materiali e colori mi sono affidata a Etzy, un sito da segnare in cima alla lista dei Preferiti, perchè c’è di tutto, ma proprio TUTTO. L’unica accortezza da avere è che la maggior parte degli shop sono americani, bisogna calcolare almeno 3 settimane di spedizione. Mi raccomando, ordinate per tempo…

Rose per la testa

20 Mag

Avevo da fare, molto da fare. Ma mi sono svegliata con la voglia di un caffè caldo sorseggiato a mani strette intorno alla tazza, rigorosamente in pigiama, in religiosa lentezza. Ho la fortuna di avere per orizzonte un giardino in fiore, più in là solo campagna, in fondo in fondo una striscia di mare. E’ bastato il caffè, due sguardi intorno, un rimestare a caso nella cassapanca degli avanzi di merceria, ed tempo tre giorni è nato questo…

Confesso che io e l’uncinetto negli ultimi -eehm – 15 anni ci eravamo persi un pò di vista, ma le nonne a portata di mano servono sempre a rinfrescare le idee. E poi chi non inciampa sui punti bassi? Eh, basta coprire i difetti con ottime rifiniture…e fotografarne solo il lato migliore 😀

Alla fine oltre il tempo, l’ispirazione e i materiali giusti, quello che più conta è il portamento del soggetto che indosserà la creazione. E io ho la fortuna di avere SEMPRE tra i piedi una modella dotata di una personalità piena, genuina, tenerissima. Il risultato è un quadretto bucolico e due guance piene di ciccia e colori.

Ero partita dai fumi di un caffè e mi ritrovo un cappello di cotone verde all’uncinetto (punto basso – ferri n. 1,5 e 2,5) in fiore (1.3 m di nastrino rosso a quadretti bianchi guarnito di roselline di raso) e una tipetta dentro che sembra la cugina indie di Memole. Viva le case in campagna, la nullafacenza creativa e i cartoni animati anni 80…

Su due piedi

10 Mag

Ho sempre pensato che vestire firmati i bambini più o meno piccoli equivalga a creare degli accessori di ciccia griffata per i genitori. Del tipo, a cosa servono le scarpe per dei neonati che non toccheranno terra per i prossimi mmmh…10 mesi? Eh. Però poi è arrivata una figlia pure a me, e – nonostante mi tengo ancora lontana dal delitto di pagare con banconote a tre cifre magliette grosse come un fazzoletto da nano – mi sono scoperta meno radicale. Soprattutto da quando cari amici lontani ci hanno spedito una coppia di Inch Blue, ed è stato amore repentino. Solido e irrinunciabile. Insomma, non c’è più verso di toglierle dai piedi e stiamo parlando di due misere fette da 15 cm.

Del resto c’è uno stile che trascende l’età e cade a metà tra l’estetica e la scelta. L’estetica è indubbia e soggettiva, divertente e originale, scanzonata e decisamente kidult (del tipo che ci sono rimasta male che non avevano il 37…). La scelta è a suo modo ragionata: non stiamo parlando di una marca di grido profumatamente inutile e costosa, ma di una piccola impresa familiare rispettosa dell’ambiente. Detta con parole loro: “We are a family run business with 3 kids, a dog, a cat and bees.  We’re based in South Wales on the edge of the Brecon Beacons. Things we like include walking (as you would expect), good food and that time of night when the kids finally go to bed. Some of the things that we don’t like are running out of time, mass production and the kids getting up just when you thought you had some time to yourself”. Ovviamente sono british e c’è anche un codice etico, che potete leggervi qui.

Sono scarpe consapevoli insomma. E i piedi della V. ci riposano morbidi dentro, in attesa che i tempi siano maturi per la dimesione verticale. Nel frattempo si divertono gli occhi, che ogni santo giorno si sgranano con rinnovato stupore davanti alle facce rubiconde delle due matrioske, che la ipnotizzano con la sola forza del loro sorriso. E io ci guadagno sempre dai dieci minuti alla mezzoretta di pace. Anche per questo, grazie Inch Blue.

A-mi-ci

15 Apr

Quando la V. mi chiederà cos’è l’amicizia cosa le risponderò? Forse mi impappinerò con le parole. Comprerò fogli di carta, penne stilografiche, francobolli da leccare e le insegnerò a scrivere lettere fitte di sentimenti, alfabeti segreti e cancellature. Le costruirò una bacheca di sughero dove appendere i momenti di lei stretta stretta ad altre facce, rotonde e familiari. Le insegnerò a comprare regali pensati uno ad uno, biglietti d’aereo, libri con una data, una firma, un luogo e la speranza di condividere più d’un pensiero. Le farò immaginare righe che non scadono e vicinanze discrete ma percettibili, necessarie, sincere. Le sussurrerò che nessuna distanza può annullare un legame cucito insieme dal caso e dal tempo e metterò in fila stoffe e spilli per insegnarle a fare pupazzi da non tenere per sè. Così sono nati Bunny Bu e Bianconiglio, pupazzi per due tipette che V., sono sicura, conosce già.

Bunny Bu è per un’amica piccola, tanto piccola che ancora per un bel pò se ne starà rincantucciata nella pancia della sua mamma. Il procedimento per dargli vita è lo stesso che per Mr. Coniglio , gli ingredienti cambiano un pò:

  • tessuto jersey celeste per il corpo
  • feltro nero per gli occhi;
  • sbieghino verde smeraldo per il panciotto;
  • nastrino di raso giallo per lo scrocchetto;
  • un triangolino di una vechia gonan di lanacotta per la taschina laterale;
  • filo celeste, verde, nero e giallo per le cuciture;
  • cotone idrofilo per il ripieno
  • Foto: ©

Bianconiglio invece l’abbiamo regalato all’amica grande della V.: ha tre mesi più di lei e a questa nanoetà tre mesi in più la elevano al rango di maestra di vita. E siccome a differenza dell’altra sappiamo che faccia ha, Bianconiglio le somiglia un pò. Ecco gli ingredienti:

  • Jersey celeste per la faccia, le mani e le zampette.
  • un ritaglio di una sciarpa invernale verde smeraldo per il corpo-vestito;
  • tulle bianco per i volant sulle maniche;
  • feltro grigio e celeste per gli occhi;
  • un filo di lana bordò per il fiocco;
  • cotone idrofilo o sintentico per l’imbottitura
  • filo di cotone celeste, nero e verde per le cuciture e le ciglia

Il procedimento è più o meno lo stesso, soltanto che a differenza di Bunny Bu, in questo caso il corpo centrale è staccato dal resto e il vestito non è applicato sopra ma direttamente imbottito di cotone. Braccia, mani e gambe sono inserite nel vestito e cucite insieme.

Rileggo e mi viene da pensare che le donne son capaci di tramandarsi pure l’amicizia.

Storie in corso

14 Apr

Il profilo dei palazzi, traforati da rare finestre ancora illuminate, si addentellava su un cielo in cui le ultime nubi si ritiravano come la retroguardia di un esercito in rotta. E io ero uno scrittore in cerca di una storia. Paolo Maurensig, Canone Inverso.